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Whistle-blower: eroi o minacce?

C’è da scommettere che, dall’altro ieri, infuria nelle stanze dei bottoni del governo americano la

300px Bradley Manning 1 Whistle blower: eroi o minacce?

English: Bradley Manning (Photo credit: Wikipedia)

caccia al whistleblower, la talpa che ha rivelato al mondo l’esistenza di programmi di monitoraggio accuratamente nascosti all’opinione pubblica.

L’idea soggiacente all’occultamento è questa: rivelare la presenza di questi programmi ne minerebbe l’efficacia, mettendo in pericolo la conseguenza nazionale. Lo so, sembra il linguaggio di un film di serie B, ma pare sia così che parlano in alto loco. Tant’è che James Cobbler, capo dell’intelligence Usa, si è spinto fino a definire “reprehensible”, commendevole, il fatto che Guardian e Washington Post abbiano rivelato agli utilizzatori dei servizi di azienda come Google, Facebook, Apple, Yahoo, Skype e Microsoft, di essere spiati.

In sostanza il problema non è il fatto che il governo porti avanti un programma di dubbia legalità, su cui è mancato un dibattito pubblico, ma deciso in segreto e segretamente approvato dal Congresso, ma il fatto che se ne parli. Obama afferma che il dibattito su questi temi è “welcome”, ma non ne ha promosso alcuno, e forse non lo farà nemmeno questa volta, se la pressione dell’opinione pubblica non lo costringerà a farlo.

Per questo, dice Bruce Schneier, in un pezzo già citato, servono i whistle-blowers: per difendersi dagli eccessi – di zelo, nella migliore delle ipotesi – dei nostri stessi governi. Si dirà: ma ci sono le leggi. Non è del tutto vero. Come scrivevo un paio di giorni fa, per molti aspetti, specie quelli in cui la tecnologia ha sopravanzato di gran lunga il dibattito culturale, le leggi non ci sono. O sono datate, o sono inadeguate. Il margine di manovra di soggetti che operano in questi ambiti è perciò pericolosamente ampio.

Oltre a ciò, Oltreoceano desta preoccupazione la crociata che l’attuale amministrazione presidenziale sembra aver intrapreso non solo contro i “cani sciolti” che rivelano notizie, ma contro gli stessi organi di informazione. La vicenda del monitoraggio dell’agenzia Ap non ha forse precedenti, e in un’altra epoca (remember Nixon?) se scoperta sarebbe forse costata le dimissioni al capo dell’esecutivo.

Ma oggi paralizzati dal terrore di un attentato avvenuto ormai dodici anni fa, anche i media sembrano incapaci di reagire con la dovuta forza a queste intromissioni. E c’è anche da considerare il concetto, profondamente americano che “giusto o sbagliato, è il mio Paese”. E chi non si allinea è un traditore e va trattato con la massima durezza: basta vedere quello che è successo a Bradley Manning, la supposta fonte di Wikileaks nel Pentagono.

Chiariamoci: Manning era (è) un soldato e ha fatto un giuramento. Non poteva certo aspettarsi di essere trattato coi guanti. Ma una cosa è la giustizia il diritto, l’applicazione delle norme, e un’altra l’accanimento che pare a molti essere stato usato nei suoi confronti. Tre anni in cella senza processo, in condizioni umilianti, non sembrano contribuire a migliorare l’immagine di quella che spesso si definisce la migliore democrazia del mondo.

Sono convinto che il presidente Obama sia davvero in buona fede, nell’idea di proteggere i propri cittadini in questo modo. È solo che la protezione non può avvenire solo in una direzione: proteggersi dai nemici esterni della democrazia va bene, ma esistono anche quelli interni. E chi aiuta a combatterli va apprezzato, non fatto fuori.

 

 Whistle blower: eroi o minacce?

Datagate, tutti i punti ancora da chiarire

300px Light dispersion of a mercury vapor lamp with a flint glass prism IPNr%C2%B00125 Datagate, tutti i punti ancora da chiarire

(Photo credit: Wikipedia)

Mio pezzo per La Stampa.it

Misteri e contraddizioni del Datagate

Malgrado tutte le rivelazioni di queste ore, ci sono ancora parecchi punti oscuri sul grado di sorveglianza esercito dalle agenzie di intelligence americane, Nsa in particolare. nell’ambito del cosiddetto Datagate

Prima di tutto: chi viene effettivamente spiato? Mentre per quanto riguarda lo scandalo Verizon, si fa riferimento ai metadati telefonici di cittadini americani, il sistema di monitoraggio Prism parrebbe invece destinato agli stranieri.

Così ha rivelato per prima Reuters, citando funzionari di alto livello che preferivano restare anonimi e così ha ribadito Obama ieri in una conferenza stampa in California. Sarà forse consolante per gli americani, ma sarebbe interessante capire cosa ne pensino i cittadini della nazioni spiate. Forse useranno maggiore cautela nell’affidarsi ai servizi erogati da società Internet con sede e azionisti negli Usa.

Continua su La Stampa.it

 

 Datagate, tutti i punti ancora da chiarire

Ma quanto spionaggio è accettabile in una democrazia?

Ma alla fin fine, quanto spionaggio dei propri cittadini è lecito, da parte di uno Stato che si dice democratico? E quando

75px Eric Schmidt at the 37th G8 Summit in Deauville 037 Ma quanto spionaggio è accettabile in una democrazia?

English: Eric Schmidt, Executive Chairman of Google Inc., at the press conference about the e-G8 forum during the 37th G8 summit in Deauville, France. (Photo credit: Wikipedia)

ciò avviene nella massima segretezza, quali garanzie ci sono che non vengano commessi abusi? È a queste domande che occorre rispondere se si vuole fare un dibattito serio sulla questione sicurezza-contro-libertà. Ne scrive ottimamente Andrea Stroppa su HuffPost Italia: la privacy su Internet, se c’è mai stata, è da tempo un’illusione; ancor più, da quando attivisti e normali utenti hanno abbandonato i blog per riversarsi in massa sui social network. La libertà di espressione interessa ai governi fin quando coincide con i loro interessi. E c’è poco che un privato possa fare, tanta ormai l’assuefazione a usare Gmail, Facebook, Skype e tutti gli altri strumenti di “socializzazione”; merci che sono state concesse gratis proprio per creare una massa critica tale da rendere proibitivo ed eccessivamente punitivo qualsiasi progetto di emancipazione.

Però è indubbio che anche la percezione di un’azienda, da parte della propria utenza, sia importante.

Con quale faccia, mi chiedo, Mark Zuckerberg andrà d’ora in po’ in giro a parlare di come Facebook tuteli i dati personali degli iscritti?

Con quale faccia Eric Schmidt di Google girerà il mondo per promuovere l’ultimo libro, raccontando di come Google si impegnata a promuovere trasparenza e libertà di espressione?

Con quale faccia Microsoft respingerà al mittente i timori degli attivisti, dopo l’acquisizione di Skype dicendo che no, non è vero niente, Skype è sicuro come sempre e non c’è nessuno che ascolti le conversazioni?

In Usa, ancor più che da noi, la reputazione è tutto. Da oggi si è aperta una ferita.

 

Spionaggio di Stato: perché é giusto scandalizzarsi

300px Bruce Schneier 1 Spionaggio di Stato: perché é giusto scandalizzarsi

English: Bruce Schneier at CFP 2007: Open panel on Net Freedom. (Photo credit: Wikipedia)

Di che vi scandalizzate? E’ per il vostro bene! Gia’ si profila la linea dialettica dei difensori dello spionaggio a oltranza, due esempi del quale sono stati rivelati ieri e oggi dal Guardian e dal Washington Post.

L’argomento ha una sua logica: i servizi segreti a questo servono, a spiare. C’e’ pero’ un problema (mi scuso per gli accenti diventati apostrofi ma e’ la tastiera): devono farlo restando all’interno di un mandato costituzionale.

Sia nella forma, che nella sostanza.

Nessuno lo spiega meglio di Bruce Schneier, in un bellissimo pezzo pubblicato su The Atlantic:

Knowing how the government spies on us is important. Not only because so much of it is illegal — or, to be as charitable as possible, based on novel interpretations of the law — but because we have a right to know. Democracy requires an informed citizenry in order to function properly, and transparency and accountability are essential parts of that. That means knowing what our government is doing to us, in our name. That means knowing that the government is operating within the constraints of the law. Otherwise, we’re living in a police state.

Se il potere e’ distante e fuori controllo, da cittadini a sudditi il salto e’ breve. Puo’ darsi che a qualcuno la seconda opzione piaccia.

 

 Spionaggio di Stato: perché é giusto scandalizzarsi

Surveillance State, “alegality” e le rivelazioni del Guardian

Che le agenzie di sicurezza statunitensi monitorino gran parte delle comunicazioni, non solo nazionali, non e’ certo una

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Telecommunication-Antenna__36092 (Photo credit: Public Domain Photos)

novità. Lo si dice e scrive da anni, anche se non è facile avere conferme a prova di bomba, solo indiscrezioni filtrate da qualche ex dipendente preoccupato di come l’America si stia velocemente trasformando in un “surveillance State” con alcuni punti in comune con gli Stati autoritari che sovente critica.

Gli strepiti di Grande Fratello sono comprensibili e fondati, ma non servono più di tanto a modificare la situazione. Più interessante e’ forse, tentare di capire come si sia arrivati a questo punto.

L’altro giorno mi trovavo all’Oxford Internet Institute per un seminario su “Us telecommunications Security from the Ford administration to Obama“, tenuto da John Laprise, ricercatore americano di stanza all’Università Northwestern in Qatar.

Fra le cose interessanti che raccontava, vi riporto alcuni spunti:

- La paranoia americana in maniera di sicurezza, aumentata in maniera esponenziale da Bush figlio in poi, è una diretta continuazione di quella della Guerra Fredda. Indovinate chi c’era ai vertici della macchina burocratica dell’amministrazione Ford, misconosciuto presidente fra le cui opere rientra la realizzazione della prima legge organica sulle telecomunicazioni in Usa? Due vecchie conoscenze che ritroveremo trent’anni dopo: Donald Rumsfeld e Dick Cheeney. Già in quegli anni la Nsa gioca un ruolo fondamentale, assicurandosi, di fatto, il controllo sui progetti di reti proposti dai carrier a cui, in particolari ambiti, viene imposto di utilizzare una tecnologia di criptazione posseduta a quei tempi, dalla sola agenzia.

- Non c’è niente o quasi di illegale in quanto portato avanti oggi dalla Nsa. La lettera della legge  è tale che per ottenere i metadati di una conversazione , non serve un mandato del giudice. Per metadati si intende qui identità del chiamante e del destinatario, durata della chiamata, ora della stessa, ecc. Quindi in questa fase l’agenzia – si presume – non ha accesso al contenuto effettivo della conversazione. Tramite degli algoritmi automatici questi metadati vengono poi analizzati alla ricerca di pattern sospetti che possano far pensare a qualche iniziativa illegale o terroristica.

- Una volta individuati tali pattern, gli uomini della sicurezza si recano da un giudice chiedendo accesso al contenuto della conversazione, affermando che si tratta di informazioni importanti per la sicurezza nazionale. Il giudice generalmente acconsente: non solo, ma può ordinare al carrier di non rivelare in alcun modo la presenza di un’indagine. Tutto perfettamente legale. O meglio, alegale (si parla quindi alegality) dato che vengono sfruttati vari buchi neri nelle norme, in maniera piu’ o meno furba. Supponiamo che un’agenzia possa spiare solo le comunicazioni internazionali, non quelle su suolo americano: basta che i pacchetti di dati vengano reindirizzati su qualche server estero perchè tale protezione venga meno.

- Insomma, bisogna cambiare e adeguare le norme. Ma c’è un problema: la percezione della privacy negli States;  è okay dice Laprise - per il governo spiare i cittadini, anzi non è nemmeno considerato vero e proprio spionaggio, se questo serve a proteggerli dalle minacce esterne, magari da qualche governo o terrorista straniero. Si torna ancora alla Guerra Fredda. Sempre lì.

 

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