C’è da scommettere che, dall’altro ieri, infuria nelle stanze dei bottoni del governo americano la
caccia al whistleblower, la talpa che ha rivelato al mondo l’esistenza di programmi di monitoraggio accuratamente nascosti all’opinione pubblica.
L’idea soggiacente all’occultamento è questa: rivelare la presenza di questi programmi ne minerebbe l’efficacia, mettendo in pericolo la conseguenza nazionale. Lo so, sembra il linguaggio di un film di serie B, ma pare sia così che parlano in alto loco. Tant’è che James Cobbler, capo dell’intelligence Usa, si è spinto fino a definire “reprehensible”, commendevole, il fatto che Guardian e Washington Post abbiano rivelato agli utilizzatori dei servizi di azienda come Google, Facebook, Apple, Yahoo, Skype e Microsoft, di essere spiati.
In sostanza il problema non è il fatto che il governo porti avanti un programma di dubbia legalità, su cui è mancato un dibattito pubblico, ma deciso in segreto e segretamente approvato dal Congresso, ma il fatto che se ne parli. Obama afferma che il dibattito su questi temi è “welcome”, ma non ne ha promosso alcuno, e forse non lo farà nemmeno questa volta, se la pressione dell’opinione pubblica non lo costringerà a farlo.
Per questo, dice Bruce Schneier, in un pezzo già citato, servono i whistle-blowers: per difendersi dagli eccessi – di zelo, nella migliore delle ipotesi – dei nostri stessi governi. Si dirà: ma ci sono le leggi. Non è del tutto vero. Come scrivevo un paio di giorni fa, per molti aspetti, specie quelli in cui la tecnologia ha sopravanzato di gran lunga il dibattito culturale, le leggi non ci sono. O sono datate, o sono inadeguate. Il margine di manovra di soggetti che operano in questi ambiti è perciò pericolosamente ampio.
Oltre a ciò, Oltreoceano desta preoccupazione la crociata che l’attuale amministrazione presidenziale sembra aver intrapreso non solo contro i “cani sciolti” che rivelano notizie, ma contro gli stessi organi di informazione. La vicenda del monitoraggio dell’agenzia Ap non ha forse precedenti, e in un’altra epoca (remember Nixon?) se scoperta sarebbe forse costata le dimissioni al capo dell’esecutivo.
Ma oggi paralizzati dal terrore di un attentato avvenuto ormai dodici anni fa, anche i media sembrano incapaci di reagire con la dovuta forza a queste intromissioni. E c’è anche da considerare il concetto, profondamente americano che “giusto o sbagliato, è il mio Paese”. E chi non si allinea è un traditore e va trattato con la massima durezza: basta vedere quello che è successo a Bradley Manning, la supposta fonte di Wikileaks nel Pentagono.
Chiariamoci: Manning era (è) un soldato e ha fatto un giuramento. Non poteva certo aspettarsi di essere trattato coi guanti. Ma una cosa è la giustizia il diritto, l’applicazione delle norme, e un’altra l’accanimento che pare a molti essere stato usato nei suoi confronti. Tre anni in cella senza processo, in condizioni umilianti, non sembrano contribuire a migliorare l’immagine di quella che spesso si definisce la migliore democrazia del mondo.
Sono convinto che il presidente Obama sia davvero in buona fede, nell’idea di proteggere i propri cittadini in questo modo. È solo che la protezione non può avvenire solo in una direzione: proteggersi dai nemici esterni della democrazia va bene, ma esistono anche quelli interni. E chi aiuta a combatterli va apprezzato, non fatto fuori.
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